ALESSANDRO CHIODO
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AUS "EUROPOLIS"

Text by Federica Gennaro

 

“Europolis”. Il titolo mi fa pensare a Platone, che duemilaquattrocento anni fa, assistendo al disgregarsi della democrazia ateniese, si è posto la domanda su come affrontare il rapporto tra verità ed opinione, tra l'apparenza delle immagini e l'essere delle idee. Il suo interesse per il ‘Bene’ aveva a che fare con la dimensione politica del vivere insieme e con l’umana felicità che il prendersene cura è capace di apportare.

Potremmo guardare l’Europa attraverso questa ‘radice’, ed orientarci a vivere insieme una ‘vita buona.’

Sappiamo che la democrazia non può essere fondata sulla ‘Verità’, un’idea unica che si impone a tutti, così come rischiamo la sua erosione se non troviamo fondamenti validi sui quali poggiare le nostre opinioni.

In questo delicato paradosso la qualità più preziosa e necessaria della cittadinanza sembra proprio la ricerca, nella pratica e nel pensiero, di orizzonti comuni e valori umanamente e largamente condivisibili.

La risorsa di cui disponiamo è la capacità di distinguere e valutare la giustizia delle nostre idee, e soprattutto la coscienza di essere umani e di poter-dover coltivare la dimensione politica come un bene comune.

In questo senso mi piacerebbe pensare l'Europa, come un luogo di alleanza e di lealtà.

“Europolis” mi risveglia un intenso affetto anche per un’altra ‘radice’, certamente non antica e comunque portatrice di profonda civiltà, il movimento delle donne, che ha espanso l’orizzonte della democrazia e l’idea della politica come luogo della parola e della partecipazione.

Provo infinita gratitudine per le donne dalle quali ho ricevuto la possibilità di riconoscermi, di formarmi una coscienza, di esercitare con diritto le mie libertà, e il coraggio di seguire i miei percorsi. ‘Incontrandole’, credo di aver fatto un’esperienza ‘europea oltre frontiera’: mia madre, mia nonna, la mia insegnante del liceo, le mie amiche e compagne di studi, la mia insegnante di danza, la mia rieducatrice visiva, le docenti dell’università, le filosofe del pensiero di genere e delle politiche della differenza, le scrittrici del mondo islamico e statunitense, le poetesse e tutte coloro che dal Settecento in poi hanno lottato per se stesse e per ‘le altre’.

Ho avuto poi la fortuna di vedere nascere, in Italia nei primi anni del Duemila, uno dei primi gruppi maschili di autocoscienza, per iniziativa di un uomo che ha sentito l’esigenza di trovare, insieme ad altri uomini, risposte sull’origine della violenza contro le donne e sulla schiavitù sessuale, della quale l’Europa costituisce purtroppo un enorme terreno di mercato.

Credo che anche nelle relazioni di genere sia bello tendere ad un’alleanza, ad un sostegno reciproco nell’affrontare ostacoli sociali e culturali che impediscono una sostanziale parità.

Mi piacerebbe che l’Europa potenziasse valori favoriti dalle donne, e inventasse strategie perché il sistema e la divisione del lavoro non producessero ingiustizia sociale. Fermo il dovere di estinguere la disparità retributiva per prestazioni di lavoro identiche, sarebbe giusto che l’Europa sperimentasse, soprattutto in alcuni paesi, politiche di pari retribuzione per lavori equivalenti, per il motivo che tengono conto delle preferenze individuali e rivalutano competenze e occupazioni che nella gerarchia del lavoro sono poco considerate.

La mia impressione è che la giustizia sociale e la democrazia abbiano molto a che fare con il portato e la qualità delle nostre relazioni. Una mia speranza è che nuovi spazi di confronto e di partecipazione diano concretezza al diritto, che tutti abbiamo, alla relazione; che incoraggino un pensiero nutrito di affettività e un’emotività poco seducibile dalle apparenze e rispondente ad un immaginario profondamente legato alla vita.

“Europolis” per me potrebbe essere una metafora concreta di questa speranza, un luogo di vicinanza, dove la bellezza evocativa delle immagini vive in prossimità della parola condivisa.

 

 

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